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Pensione minima 2023, aumenta l’importo dell’integrazione (ma non è per tutti) #adessonewsitalia

Il governo Meloni ha sorpreso tutti aumentando l’importo delle pensioni minime, dove con il termine “pensione minima” si intende la soglia al di sotto della quale i trattamenti previdenziali, ma solamente quelli liquidati con il sistema retributivo o misto, godono di una certa integrazione, variabile in base all’ammontare di tutti i redditi percepiti. .

Non si tratta dell’aumento promesso da Silvio Berlusconi, secondo il quale l’importo delle pensioni minime dovrebbe salire fino a 1.000 euro, tuttavia con la legge di Bilancio 2023 l’esecutivo ha deciso di rivalutare la pensione minima con un tasso maggiore rispetto a quello solitamente previsto dalla normativa.

Come molti sapranno, infatti, ogni anno l’importo della pensione minima viene adeguato all’indice di variazione dei prezzi registrato nei 12 mesi precedenti grazie al meccanismo conosciuto come rivalutazione delle pensioni.

Per la pensione minima la rivalutazione è solitamente pari al 100% del tasso accertato, ma per il 2023 non sarà così. Come spiegato da Giorgia Meloni in conferenza stampa, infatti, per il prossimo anno la pensione minima godrà di una rivalutazione al 120%.

Tenendo conto di un tasso di rivalutazione, provvisorio, del 7,3%, ne risulterà quindi un incremento dell’8,76%, un +1,46% rispetto a quanto inizialmente previsto.

Pensione minima 2023: il nuovo importo

Come anticipato, il tasso di rivalutazione accertato per il 2023 è pari al 7,3%. Questa percentuale si applica per intero ai trattamenti inferiore a 4 volte il trattamento minimo, mentre per la pensione minima – come stabilito dalla legge di Bilancio 2023 – la rivalutazione è al 120%.

Ciò significa che sull’importo della pensione minima verrà applicato un incremento non del 7,3%, bensì dell’8,76%.

Nel dettaglio, oggi l’importo di tale misura è stato portato, visto l’aumento dello 0,2% dovuto al conguaglio della rivalutazione 2022, a 525,38 euro. Applicandovi un ulteriore incremento dell’8,76%, ne risulterà che dal prossimo gennaio l’importo mensile della pensione minima sarà pari a 571,40 euro, a fronte di un aumento di 46,02 euro (anziché di 38,35 euro come sarebbe stato con la rivalutazione al 100%). L’importo annuo sale così a 7.428,20 euro.

Ciò comporterà una serie di novità, una su tutte la possibilità per coloro che si trovano al di sotto della suddetta soglia di godere di una certa integrazione.

Integrazione al trattamento minimo 2023

Chi ha una pensione d’importo inferiore a 571,40 euro potrebbe avere diritto a un’integrazione tale da permettergli di raggiungere la suddetta soglia.

La pensione, quindi, salirebbe fino a 571,40 euro.

Bisogna utilizzare il condizionale perché non basta che la pensione risulti inferiore al suddetto importo per avere diritto all’integrazione, in quanto bisogna soddisfare una serie di requisiti.

Intanto, è necessario che la pensione sia stata calcolata almeno per una parte con il sistema retributivo. L’integrazione al trattamento minimo, infatti, non spetta ai cosiddetti contributivi puri, ossia a coloro che hanno iniziato a versare contributi successivamente alla data dell’1 gennaio 1996.

Dopodiché, bisogna soddisfare dei requisiti reddituali, tenendo conto di tutti i redditi percepiti dal pensionato. Nel dettaglio, per avere diritto a un’integrazione totale, quindi fino al raggiungimento dei suddetti 571,40 euro, è necessario che l’ammontare complessivo dei redditi del pensionato non superi la soglia di 7.428,20 euro, ossia l’ammontare annuo della pensione minima.

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Entro le due volte il trattamento minimo, quindi, 14.856,40 euro, l’integrazione spetta ma solo in misura parziale. In tal caso l’integrazione viene così calcolata:

(Due volte la pensione minima annua – reddito del pensionato)/13

Prendiamo come esempio un pensionato che percepisce un assegno di 300 euro al mese, ma la cui somma di tutti i redditi dà come risultato 12.000 euro. Calcoliamo l’integrazione:

(14.856,40 – 12.000)/13

Il risultato è 219,72 euro, che porta così la pensione a un importo di 519,72 euro, di poco sotto all’ammontare della pensione minima.

La pensione minima cambia i requisiti di accesso alla pensione

Va detto che l’aggiornamento della pensione minima comporta anche un cambio in alcuni requisiti per l’accesso alla pensione.

È il caso ad esempio dei contributivi puri che, come visto sopra, non hanno diritto al trattamento. Oltre il danno la beffa, perché questi saranno persino penalizzati dalla rivalutazione della pensione minima. I contributivi puri, infatti, per accedere alla pensione di vecchiaia a 67 anni di età e 20 anni di contributi previdenziali devono soddisfare anche un requisito economico, il quale stabilisce che l’assegno maturato all’età del pensionamento deve essere almeno pari a 1,5 volte il trattamento minimo di pensione. A causa della rivalutazione, quindi, tale soglia diventa più alta, salendo fino a 11.142,30 euro.

Diventa più complicato anche l’accesso alla pensione anticipata contributiva, il cui diritto si acquisisce a 64 anni di età, e sempre con 20 anni di contributi, a patto di avere un assegno pari o superiore a 2,8 volte il trattamento minimo, quindi a 20.798,96 euro stando al valore aggiornato.

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